Collezionare angoli di sapere. Ritagliarli con cura. Accostarli. Scegliere gli abbinamenti di tonalità. Cucirli insieme. Patchwork. Questo blog è un patchwork di sapere sparso, a tratti inutile, a tratti incoerente.
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Ho avuto difficoltà a classificare questo libro. L'unica cosa certa, all'inizio, era che non mi piaceva. L'ho terminato per inerzia. La fine mi ha fatto cascare le braccia. Ci ho messo diversi giorni a ritrovarle. Nel frattempo ho avuto modo di pensare a cosa mi avesse reso tanto difficile apprezzare la storia. Ad esempio i personaggi, eccessivamente stilizzati e distanti da una comune realtà, tanto da rendere, a mio parere, più che difficile legare con loro. Le situazioni, estremamente improbabili, anche quando ciò poteva essere risparmiato, senza per questo rovinare la storia o diminuirne la bellezza. Inoltre talvolta ho trovato attimi di volgarità gratuita che, se si sposano bene con un qualsiasi libro di Isabella Santacroce, stridono un po' in un libro che parla di scimmie, veterinari e donne che cercano nell'alcol un senso per la loro non-esistenza.
Giunta alla fine del libro mi sono trovata di fronte al messaggio di fondo, ciò attorno a cui l'intera vicenda è stata costruita. Un messaggio bellissimo. Alcuni hanno parlato di integrazione. Penso che fare riferimento unicamente all'integrazione sia riduttivo. Ci si trova di fronte a qualcosa di più ampio, più vasto della semplice integrazione. Qualcosa che circonda, a 360 gradi, l'essere umano e l'ambiente in cui si trova. Il modo in cui ne usufruisce, trattandolo quasi fosse una cosa propria, senza preoccuparsi di danneggiarlo o logorarlo.
Purtroppo ciò non è stato sufficiente a salvare ai miei occhi la storia, che mi è parsa, riguardando il tutto a posteriori, solo d'ingombro per il messaggio finale. Questo è il motivo per cui non mi sentirei di consigliare a nessuno questo libro. Appassionati di scimmioni parlanti a parte.
Walter Benjamin, lo dico per quelli che non lo conoscono, era tedesco (per cui, per favore, non si pronuncia Bengiamin, come se fosse vissuto in Connecticut). Nato a Berlino nel 1892, morto 48 anni dopo, suicida. Di lui si potrebbe dire che è stato il più grande critico letterario della storia della critica letteraria. Ma sarebbe riduttivo. In realtà era uno che studiava il mondo. Il modo di pensare del mondo. Per farlo, usava spesso i libri che leggeva, perché gli sembravano una porta d'accesso privilegiata alla mente del mondo. Ma in realtà sapeva usare, altrettanto bene, qualsiasi altra cosa: che fosse la magia della fotografia, o le pubblicità dei reggiseni, o la topografia di Parigi, o quel che la gente mangiava. Scriveva molto, in maniera quasi ossessiva, ma non gli riuscì praticamente mai di confezionare un bel libro, completo e compiuto: quello che ha lasciato dietro di sé è un'enorme massa di appunti, saggi, aforismi, recensioni, articoli, e indici di libri mai scritti. Di che far diventare pazzo un editore. Visse intristito dalla constatazione che da nessuna parte avevano un posto sicuro e uno stipendio per lui: università, giornali, editori, fondazioni gli facevano molti complimenti ma mai risucivano a trovare il sistema di lavorarci insieme. Così si rassegnò a vivere in perenne indigenza economica. Lui diceva che ciò gli aveva quanto meno riservato un privilegio sottile: svegliarsi quando cavolo gli pareva, ogni mattina. Ma va detto che, per lo più, non la prese affatto bene. Ancora una cosa: era ebreo e marxista. Se eri ebreo e marxista, la Germania nazista non era propriamente il posto migliore dove invecchiare serenamente. Nel contesto di questo libro, c'è una cosa, di lui, che suona come la più importante. Non è facile da spiegare, quindi sedetevi, e se non potete sedervi, interrompete, e ripartite quando potete usare tutti i neuroni. Ecco: lui non cercava mai di capire cos'era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo. Voglio dire che ad affascinarlo, nel presente, erano gli indizi delle mutazioni che, quel presente, avrebbero dissolto. Erano le trasformazioni, che lo interessavano: dei momenti in cui il mondo riposava su se stesso non gliene fregava niente. Da Baudelaire alle pubblicità, qualsiasi cosa su cui si chinava diventava la profezia di un mondo a venire, e l'annuncio di una nuova civiltà. Provo a essere più preciso: per lui capire non significava collocare l'oggetto di studio nella mappa conosciuta del reale, definendo cos'era, ma intuire in cosa, quell'oggetto, avrebbe modificato la mappa, rendendola irriconoscibile. Lo faceva godere studiare l'esatto punto in cui una civiltà trova il punto d'appoggio per ruotare su se stessa e diventare paesaggio nuovo e inimmaginabile. Lo faceva morire descrivere quel movimento titanico che per i più era invisibile, e per lui, invece, così evidente. Fotografava il divenire, e anche per questo le sue foto vennero, per così dire, sempre un po' mosse, e quindi inusabili da istituzioni che davano uno stipendio, e obbiettivamente ostiche per chi le guardava. Era il genio assoluto di un'arte molto particolare, che un tempo si chiamava profezia, e adesso sarebbe più proprio definire come: l'arte di decifrare le mutazioni un attimo prima che avvengano. Uno così, poteva non figurare tra le epigrafi di questo libro? No. E allora ecco la terza epigrafe. (Qui potete anche alzarvi e rilassarvi). Ho spesso pensato a come sarebbe stato utile, pazzescamente utile, uno come lui, dopo la guerra, quando tutto è saltato, e abbiamo iniziato a diventare quello che siamo adesso. E' atroce il fatto che lui non abbia potuto conoscere la televisione, Elvis, l'Unione Sovietica, il registratore, il fast food, JFK, Hiroshima, il forno a microonde, l'aborto legalizzato, John Patrick McEnroe, le giacche di Armani, Spiderman, Papa Giovanni, e un sacco di altre cose. Ci pensate cosa avrebbe potuto farne, di un materiale del genere? Capace che ci spiegava tutto (sempre in modo un po' mosso, questo è vero) con anni di anticipo. Lui era uno che nel 1963, per dire, avrebbe potuto profetizzare, senza neanche troppo sforzo, il reality show. Ma non andò così. Benjamin si fece fuori in un buco di cittadina al confine tra Francia e Spagna. Era il settembre del 1940. Si era convinto, alla fine, a scappare dal delirio bellico nazista, e quel che aveva in mente era di arrivare in Portogallo e poi, sebbene controvoglia, andarsene in America. Ebbe una grana coi visti. Lo fermarono lì, al confine, tenendolo un po' sulla corda. Lui, di notte, pensò che non era cosa per lui. E la fece finita con una pastiglia di cianuro. Il giorno dopo arrivò il suo visto, col timbro e tutto. Si sarebbe salvato. Finale shakespeariano.
E' nato un nuovo amore. Mi sono innamorata di questa scrittrice. L'ho scoperta per caso. Dei pazzi esaltati inneggiavano a lei e ai suoi diari. Io sono una lettrice onnivora. Divoro qualsiasi cosa. Leggo Moccia così come Verga, Svevo, Dan Brown solo per conoscere, conoscere, conoscere. Quindi mi ero ripromessa di leggere anche lei. Non ho ancora finito incesto. A poche pagine dalla fine mi permetto però di tirare un paio di conclusioni:
1. A livello puramente personale non approvo il suo atteggiamento. Lo trovo ipocrita e schifoso.
2. Parlando di profondità di pensieri... l'adoro. Anche se a volte scade un po' troppo nelle interpretazioni psicologiche di ciò che ha intorno
3. A livello globale non si può negare che sia una figa. Questa donna è un mito. Non solo per come scrive ma anche per il modo in cui affronta la vita (lo stesso modo ipocrita e schifoso citato sopra)... colpisce...
Ora, aspetto con impazienza di poter leggere gli altri libri... il chè avverrà, ahimè, tra uno o due anni. Pazienza.
"Commettere suicidio è facile. Più difficile è vivere senza un dio" "Un personaggio, per uno scrittore, è un essere al quale non è legato dal sentimento. Il vero amore distrugge la "letteratura", ed è anche per questo che Henry non può scrivere di me, mai potrà scrivere di me - almeno finché il nostro amore non sia finito e io divenga, allora, un "personaggio", vale a dire una personalità avulsa, non più fusa insieme" "Si immagina soltanto ciò di cui si è personalmente capaci" "Per me la realtà è come uno stupro. Nel corso della mia lotta per sposare la realtà, ho fatto violenza a una certa essenza di me stessa che non comprendo" "La crudeltà è necessaria. La mia, però, cade come un fulmine. Colpisco le persone del tutto inaspettatamente. Senza che mai niente le prepari. Vulcani." "Dio, non conosco gioia altrettanto grande del momento in cui sprofondo in un nuovo amore, non conosco estasi come quella di un nuovo amore. Nuoto nel cielo; galleggio; il mio corpo è pieno di fiori, fiori dotati di dita che concedono acutissime carezze, scintille, gioielli, brividi di gioia, vertigini, tante vertigini. Musica dentro, ebbrezza. Mi basta chiudere gli occhi e ricordare, e la fame, la fame di altro ancora, la grande fame, la vorace fame, e la sete" "Una settimana al mese sono definitivamente e completamente folle, ma consapevole di esserlo. Follemente sensibile, gelosa, e ridotta a tale disperazione dalla delusione che bramo le droghe e l'alcool. Ma tiro avanti. E un mattino, senza ragione, mi sveglio guarita" "Io scrivo romanzi forse più che altro per supplire alle carenze della vita. Meglio il romanzo che le droghe. Il romanzo è stata la mia droga migliore. Quando la vita entra in una valle arida, mi fermo" "Io amo l'uomo come amante e creatore. Non mi fido dell'uomo come padre. Non credo nell'uomo come padre. Non mi fido dell'uomo in quanto padre. Resto accanto all'uomo amante e creatore. Con lui sento che esiste un'alleanza. Nell'uomo padre sento un nemico, un pericolo"
Ieri sera l'ho guardato... è stupendo. Peccato sia anche tanto deprimente...
Vi metterei il trailer ma sono dell'idea che dia un'immagine sbagliata del film. Dal trailer pare un filmetto che parla di ragazze e di questioni sentimentali tra adolescenti.
In realtà il film parla di 5 sorelle bellissime cresciute in una famiglia molto particolare, ostaggio di una madre bigotta che le spinge verso una fine atroce senza mai, nemmeno per un attimo, capire che la responsabilità è solo sua. Complici gli altri adulti che fanno la loro comparsa nel film, dai vicini di casa che vedono ogni cosa, mormorano comprendendo la situazione ma non fanno nulla per correre in aiuto delle ragazze, al prete che corre in aiuto della madre occultando il suicidio della prima figlia.
Dopo aver visto il film ho avuto voglia di prendere il libro e leggerlo per approfondire tutti quei dettagli lasciati in sospeso. E' la prima volta che mi succede.
"A nessuna delle mie figlie è mai mancato l'amore. C'era tutto l'amore necessario nella nostra casa. Non ho mai capito il perchè"
Non mi è piaciuto per niente e, una volta accese le luci, non ho notato molto entusiasmo in sala.
La storia sembrava quasi carina. Il biglietto costava solo 1,50 euro... non andare a vederlo sarebbe stata follia. Si è rivelato una vera e propria delusione. I personaggi non mi sono piaciuti. A partire dalla famiglia. La moglie, ad esempio, con quella sua vocina penetrante e quella parlantina ininterrotta istigava a tendenze omicide nei suoi confronti. I due pazzi squilibrati, invece, erano personaggi azzeccatissimi. Esteticamente parlando rendono più l'idea dei due pazzi scatenati rispetti a quelli del film originale. La storia è noiosa, prevedibile e a tratti ridicola. Le poche volte che si discosta dalla prevedibilità è solo per spostarsi verso avvenimenti tanto assurdi da far cascare le braccia. Fra i vari commenti raccolti in sala alla fine del film:
"Non credo sia possibile guardarlo senza sbadigliare"
"Non comprerò più uova"
"Non riesco a classificare questo film fra i peggiori che ho visto..."
"Ho sprecato 7,50 euro"
"Spendere 1,50 euro per questo film è stato buttar via soldi"
"Che bel film" (unica persona che ha commentato positivamente, seduta due file davanti a me, ha rischiato il linciaggio e, soprattutto, una richiesta di rimborso spese da parte del resto della sala)
Riassumendo, il film non mi è piaciuto affatto, credo che andare a vederlo al cinema siano soldi sprecati e che al limite sia un film da guardare la sera a casa con gli amici, con tante tante schifezze da mangiare... anche se ci sarebbero film molto migliori, per momenti del genere.
Stupendo.
Sono stata attratta da questo romanzo in modo magnetico fin dall'inizio.
Il titolo e la trama mi avevano colpita positivamente. Dopo aver finito il libro avevo solo voglia di rileggerlo per cogliere tutti quei particolari che ad una prima lettura spesso sfuggono. La parte che mi ha creato maggiori difficoltà è stata la seconda, ambientata in Francia durante la seconda guerra mondiale, per un limite mio a simili argomenti.
Un altro aspetto interessante è il desiderio di vedere il film dopo aver letto il libro. Non mi era mai capitato in maniera tanto intensa... ho finito poco fa di vederlo e devo ammettere che ne sono rimasta soddisfatta. Ovviamente non approfondisce moltissimi aspetti come fa il libro, c'è la limitazione del tempo che non permette di entrare eccessivamente nei particolari, tuttavia la storia non ne è risultata stravolta e tutti i punti principali sono stati toccati. Gli attori erano favolosi - nonostante una Bryoni che cambiava improvvisamente colore degli occhi in alcune scene. Consiglio la lettura e la visione del film, sono entrambi ben fatti (inutile dire che consiglio SOPRATTUTTO la lettura del libro, prima del film o in alternativa ad esso!)
Chi apprezza Luciana Littizzetto non può assolutamente perdersi questo libro. Molto semplice, non troppo impegnato e suddiviso in brevissimi capitoletti di massimo tre paginette che consentono di leggere il libro in piccolissimi ritagli di tempo senza compremetterne il piacere. Leggendolo pare veramente di sentire la voce di Luciana, tale e quale. Se vogliamo dirla tutta, mentre lo leggevo mi è addirittura venuta voglia di uscire a prenderci una pizza.
Unico punto nero: personalmente ho trovato questo libro un po' stopposo, a lungo andare. Nonostante i capitoli in grado di piegarti dal ridere, dopo averne letti 4-5 avevo bisogno di una pausa... non so quanto questo sia legato al libro, a me o alla mia vita un po' stressata...
Definirlo un pugno nello stomaco è dire poco. Per amor di verità, però, è il caso di fare alcune precisazioni.
Questo documentario è stato accusato di essere politicamente di parte e di mostrare volontariamente solo alcuni aspetti di questi movimenti politici. Credo che sia evidente anche guardandolo senza bisogno di essere di destra. Sono di sinistra, non fessa.
Parlando di fessi, sono seriamente convinta che ci sia stato un errore nel titolo del documentario. Io avrei messo Nazirock - Il contagio dei fessi tra i giovani italiani. Definire certa gentaglia fascisti rappresenta un'offesa al fascismo e alle sue basi ideologiche. La gente ripresa e che si fa intervistare rappresenta un concentrato di stupidità tale che se li trovassi per strada eviterei anche di parlarci.
Vedendo il documentario capirete.
E' problematico che al mondo esistano certe persone e, ovviamente, è inutile vedendo questo documentario fare di un filo d'erba un fascio - e quindi mettere in croce tutte le persone che si reputano fasciste - e non concentrarsi anche su altri gruppi di scemotti esaltati. Solo un illuso non penserebbe che gerta gentagli esiste anche tra la sinistra.
Ho trovato a dir poco spaventoso la gente che si commuoveva guardando Berlusconi. Fa molto "culto della persona" e tutto questo non è sano. Non in un paese che si spaccia per democratico. In un paese democratico certa gente andrebbe tenuta d'occhio perchè rappresenta un pericolo per la democrazia stessa.
Trovo a dir poco sconsolante che ci sia gente che pianga vedendo Berlusconi e pochi che piangano ascoltando l'inno italiano.
Ultima cosa: penso che FACCIA SERIAMENTE RIFLETTERE il fatto che un gruppo politico riconosciuto come FORZA NUOVA organizzi concerti in cui i gruppi musicali incitano la violenza contro le forze dell'ordine.
Meditate...